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Viene definita “di selezione” quella caccia che “serve” a “ricondurre” localmente la popolazione di una specie al di sotto della soglia di densità massima sostenibile. Ma gli ecosistemi hanno veramente bisogno di un nostro intervento?
Viene definita “di selezione” quella caccia che “serve” a “ricondurre” localmente la popolazione di una specie al di sotto della soglia di densità massima sostenibile. Leggevo sull’Atlante illustrato degli animali (Turing Editore) “L’enorme lasso di tempo a partire dalla formazione della Terra è qui rappresentato come un orologio di 12 ore. In questo schema i primi organismi, simili a batteri, sono comparsi circa nove ore e mezzo fa. I primi batteri fotosintetici, che rilasciavano ossigeno negli oceani e nell’atmosfera, sono comparsi circa 7 ore fa. Animali e funghi sono “arrivati” tardi, solo negli ultimi 90 minuti, e la nostra specie si è evoluta solo qualche secondo fa.” Come facciamo a pensare che senza il nostro intervento la Vita sulla Terra possa essere compromessa? Noi che siamo arrivati solo “qualche secondo fa” e che in questo breve lasso di tempo ci siamo dimostrati, per questo meraviglioso Pianeta, più un danno che altro?. Che assurda presunzione! La natura fornisce cibo, acqua e ossigeno, gli elementi essenziali per la vita. L’energia è ricavata dalla luce solare e condivisa dai membri dell’ecosistema. I minerali sono convertiti in nutrienti utili e tessuti corporei, e poi riciclati. Le piante nutrono gli erbivori, i predatori cacciano gli erbivori e i funghi ripuliscono quel che resta. Un sistema complesso in cui tutte le parti in gioco hanno un loro ruolo da svolgere e dal quale tutti dipendono. E’ un dato di fatto che una popolazione animale che vive in una zona si mantiene in equilibrio grazie alla competizione tra la densità della popolazione stessa e il cibo disponibile, nonché allo spazio che il territorio offre. La natura stessa quindi fa selezione: quando il cibo scarseggia, solo i soggetti più forti riescono a sopravvivere e a reperire nutrimento e quando il territorio non offre più spazio e cibo sufficiente, molti individui emigrano in cerca di altri habitat. Ma più importante ancora è l’interazione tra le specie: competizione e cooperazione. Proprio per questo l’equilibrio dinamico degli ecosistemi dipende dalla sua biodiversità. Alla natura non serve affatto che l’uomo intervenga a darle aiuto! Anzi, proprio l’intervento dell’uomo ha reso sempre più complicata la capacità di autoregolazione degli ecosistemi. Può succedere infatti che l’eliminazione o la drastica diminuzione di determinate specie in un territorio alteri l’ecosistema in modo tale da: - privare della possibilità di sopravvivenza altre specie con le quali esistono relazioni simbiotiche o mutualistiche. - comportare l’aumento di altre specie con le quali esiste un rapporto di competizione (che viene quindi a mancare). Da questo secondo punto, dimenticando che spesso ne siamo noi gli artefici, scaturisce una delle tesi più gettonate a sostegno del mito della caccia: vale a dire che l’uomo deve intervenire in sostituzione dei predatori naturali. Spesso infatti si “accusano” alcune specie selvatiche (soprattutto ungulati come il cinghiale e il capriolo ecc…) di essere ormai troppo numerose e/o troppo dannose. Si invita quindi a rivedere le posizioni ideologiche protezioniste definendole eccessive, si elogiano i cacciatori e si inneggia al fucile. Ma non si potrebbero semplicemente ripopolare i territori, oltre che con animali graditi ai cacciatori, anche con i loro predatori naturali quali la lince, l’orso, il lupo? Non si potrebbe favorire la nidificazione dei rapaci? In poche parole, non si potrebbe rimettere la natura, dopo decenni di prevaricazione umana e devastazione, in condizione di autoregolarsi senza scomodare i cacciatori? Il tentativo è chiaro: si cerca di insinuare una rappresentazione della natura non come valore assoluto bensì relativo e di sminuire il ruolo negativo dei suoi antagonisti: inquinamento, urbanizzazione e caccia. Quest’ultima poi si cerca di sollevarla al ruolo di servizio socialmente utile: il cacciatore non più nemico della natura per semplice scopo ludico bensì suo primo guardiano e difensore! In pochi sanno invece che molti animali di specie gradite ai cacciatori vengono letteralmente prodotti. Sono i cosiddetti animali “pronta caccia”, allevati in cattività (o importati dall’estero) e poi immessi nel territorio poco prima dell’inizio della stagione venatoria. Questa pratica serve a fornire ai cacciatori sufficienti animali da abbattere. Sul sito -http://www.atc18.it/ripopolamento.php - della ATC (Ambito territoriale di caccia) 18 della provincia di Siena si legge ad esempio: “Il fagiano (Phasianus colchicus) costituisce una delle specie di selvaggina più importanti per il mondo venatorio, sia dal punto di vista di stretta ed immediata soddisfazione cinegetica, sia che si considerino le operazioni di ripopolamento a cui la specie è sottoposta, nonché i progetti di riqualificazione ambientale ad esse collegate. L’ATC 18 di Siena, in linea con quanto previsto dagli indirizzi di programmazione dell’Amministrazione Provinciale di Siena, effettua periodicamente interventi di ripopolamento del fagiano sul territorio seguendo un protocollo produttivo e di immissione di fagiani di qualità, che vede coinvolti allevamenti di selvaggina presenti nella Regione Toscana”. Se si tengono ben presente queste realtà poco pubblicizzate, si individua facilmente uno dei tanti veri ruoli del cacciatore: più che di mantenere l’equilibrio degli ecosistemi, qui si tratta di sostegno al sistema economico che, anch’esso, è basato sull’interazione tra vari elementi. Il cacciatore e gli allevatori sono, in questo caso, dipendenti l’uno dall’altro! Uno - il cacciatore - per mantenere il suo fine ludico, l’altro - l’allevatore - per mantenere il suo fine di lucro. Sbalordisce pensare che si catturino in natura dei fagiani per farne animali da riproduzione per “produrre” altri fagiani da liberare poi in natura per il semplice divertimento dei cacciatori e, soprattutto, sbalordisce che la legge consenta questa pratica in nome di una cosa così futile come il pericoloso divertimento di chi ama uccidere (Art 17 e Art 20 L 157/92). Fa ridere pensare che i cacciatori possano essere fieri di riuscire ad impallinare dei fagiani che, allevati in cattività, sono poco affini al naturale rapporto preda-predatore e sono quindi poco più che indifesi polli. L’idea dell’uomo machio, vestito in mimetica con fucile sulla spalla e un fagiano morto nel carniere viene decisamente sgretolata da questa realtà, diventando quasi una barzelletta. Ma c’è qualcosa di ancora più assurdo. Pochi infatti sanno che le specie per cui si attuano ripopolamenti sono anche quelle stesse specie classificate “in esubero” e “infestanti” e per le quali si programmano abbattimenti in nome della caccia di selezione. Il ripopolamento a scopo venatorio di certe zone con cinghiali e caprioli domestici, più prolifici degli animali selvatici, fa sì che aumentino i danni alle colture e che – oltre il danno la beffa! - i cacciatori siano chiamati poi a farne strage per “ripristinare l’equilibrio”. L’esempio forse più esaustivo è proprio quello del cinghiale. Il cinghiale ha una grande capacità di adattamento (ha una dieta molto varia e si adatta quindi a diversi habitat). Questo lo ha aiutato a colonizzare quasi tutti i tipi di territori. La sua presenza è spesso causa di danni alle attività agricole e per questo motivo molte persone ne chiedono l’abbattimento. Beh!, programmi di ripopolamento sono effettuati anche per questa specie, odiata da molti ma amata dai cacciatori. Il cinghiale ci è di esempio anche per introdurre un ulteriore problema: le immissioni di animali non autoctoni sono causa di importanti danni ecologici e spesso portano all’estinzione i ceppi di origine locale. Sul sito di una azienda agrituristica venatoria (quindi non una fonte animalista!) si legge: “…A partire del secondo dopoguerra fino ad oggi, la causa più importante dell'esplosione demografica della specie (cinghiale) è però rappresentata dalle intromissioni di capi non autoctoni, spesso d'allevamento, operate dall'uomo sulla spinta di interessi venatori. Questo tipo di gestione se, da un lato, ha prodotto una distribuzione molto uniforme della specie nel nostro Paese, pur con densità locali assai variabili e spesso non conosciute, ha altresì determinato un pesante impoverimento genetico delle sottospecie autoctone. Il cinghiale maremmano (S. scofa majori), in particolare, è ritenuto oggi estinto” (- http://www.novemaggio.it/cinghiale.asp -). Anche Norbert Happ, il più noto esperto di cinghiali in Germania, ed egli stesso cacciatore, afferma a proposito dei danni arrecati dai cinghiali all’agricoltura: “I rapporti sociali disordinati nelle popolazioni di cinghiali con riproduzione incontrollabile sono da imputare esclusivamente all’esercizio venatorio”. A causa della ben nota difficoltà di far riprodurre in cattività gli animali selvatici (lo sanno bene quanti si occupano di salvare dall’estinzione specie in pericolo), i ripopolamenti tendono ad essere effettuati con specie simili ma non identiche a quelle naturalmente presenti in un ecosistema. La maggior parte sono ibridazioni tra specie selvatiche e domestiche, con conseguente inquinamento del patrimonio genetico delle specie selvatiche. Il cinghiale funge anche in questo caso da esempio: il cinghiale da ripopolamento è un ibrido tra il cinghiale e il maiale Large White, un animale dalle dimensioni maggiori e più prolifico del cinghiale selvatico. Queste sono sicuramente caratteristiche che gratificano e soddisfano i cacciatori ma non l’ecosistema in cui vengono inseriti e, certamente, risultano non idonee con il tentativo di contenimento della specie. Il cacciatore quindi non solo non serve al mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi ma, al contrario, è causa del loro disequilibrio comportando importanti danni alla biodiversità. Pochi sanno inoltre che è comune la pratica di eliminare i predatori naturali, antagonisti dei cacciatori, con lo spargimento di bocconi avvelenati. Lo si fa soprattutto per difendere i fagiani-polli (ed altri animali allevati e introdotti poi in natura ad uso venatorio) che sarebbero un pasto facilissimo anche per i predatori naturali oltre che per i cacciatori. Quella dei bocconi avvelenati, è una pratica illegale (vietato dall’Art 21 lettera u L157/92) ma purtroppo molto in voga tra i cacciatori oltre che tra gli agricoltori. Si legge sul sito della LAC (Lega Abolizione Caccia) “I cacciatori, maggiori utilizzatori delle sostanze venefiche, non si sono certo persi d'animo a causa dei divieti, bensì hanno sperimentato con successo una vasta gamma di efficientissimi sostituti reperibili in commercio, quali ad esempio gli anticoagulanti, gli anticongelanti, i pesticidi” e continua “Bisogna ricordare che sono coinvolti un gran numero di animali non destinatari dell'operazione. Sono soprattutto gli uccelli che si cibano di carogne che vengono colpiti, in particolare quelli che frequentano i greti dei fiumi dove si trascinano gli animali avvelenati per abbeverarsi. Il grifone ad esempio è scomparso dalle Alpi alla fine del secolo scorso e dalla Sicilia nel 1965 a causa dei bocconi avvelenati distribuiti per sterminare le volpi”. Una volta entrati nella catena alimentare, questi veleni stravolgono l’equilibrio naturale eliminando prima di tutto gli animali al vertice della catena alimentare, come lupi, aquile ecc., che hanno proprio il ruolo di controllare volpi o cinghiali. Su un articolo di QT (Questo Trentino), intitolato “Una natura sempre più povera”, si legge la testimonianza di un appassionato osservatore del luogo che, alla domanda “Quindi, se dovesse apparire una lince, i cacciatori…” risponde: "...la farebbero fuori subito! Sono anni che non vedo neanche un gatto selvatico, figurati una lince! Un predatore del genere è inaccettabile per loro (i cacciatori), attaccherebbe i caprioli, specie quelli piccoli. Pensa se ne capitasse qui una coppia: i caprioli sarebbero sempre in allarme e ancor più sospettosi. Niente deve disturbarli!" Come abbiamo già sottolineato, gli ecosistemi si mantengono in salute grazie alle popolazioni delle tante specie interdipendenti che vivono in un luogo e da tutte le loro interazioni ecologiche. Quando interveniamo in questo delicato rapporto accanendoci contro una specie a noi non gradita causiamo un effetto domino. Tutto l’ecosistema ne viene sconvolto. Pensare che il risultato possa essere a nostro favore è solo una vana e stupida illusione. Che l’intervento umano sia spesso la causa di artificiose e devastanti alterazioni degli ecosistemi non è una novità. Quello che suona incredibile è che, presa coscienza del danno fatto, si cerca di porvi rimedio reiterando nell’errore con altri interventi artificiosi, gestiti con grande superficialità (per risparmiare tempo e denaro) e basati spesso su valutazioni pressappochiste.Spesso il censimento dei capi viene redatto sulla base di stime realizzate con l’ausilio dei cacciatori. Sulla base di queste stime vengono redatti i programmi di abbattimento la cui più o meno attendibilità dipende troppo spesso dagli interessi politici ed economici in gioco. Il fatto che sulla base di questi programmi si decida la vita o la morte di migliaia di individui, sembra interessare poco gli “addetti ai lavori”. I cacciatori, da parte loro, sono ben lieti di espletare il loro compito di selecontrollori, ed è inutile dire che più “animali in eccesso” vengono individuati più loro sono contenti, poiché significa più capi assegnati da abbattere. Per questo motivo è decisamente inopportuno programmare i piani di abbattimento con l’aiuto dei cacciatori. Vi è infatti un conflitto di interesse piuttosto evidente. Perché ricorrere a gente che uccide per passione?! “Quello dell’“abbattimento selettivo” è solo uno dei sistemi a disposizione dell’Amministrazione per contenere i danni causati dall’esubero di alcune specie animali», precisa Franco Biancani, Commissario straordinario dell’ENPA di Pesaro-Urbino, che nota: «Si è scelto, com’era prevedibile, quello più semplice da mettere in atto e che è, al contempo, quello che dà maggiore soddisfazione alla potente lobby dei cacciatori». Quella della caccia di selezione è una scelta emergenziale e contingente che non porterà mai alla risoluzione del problema laddove esiste. Infatti, è incontestabile l’evidenza che venti anni di attività venatoria non hanno ridotto né il numero di cinghiali e altri ungulati né i danni alle coltivazioni lamentati dai contadini. La caccia di selezione non ha alcuna valenza scientifica anche perché è stato dimostrato che quando in una certa zona una popolazione viene decimata dai cacciatori (o per altre ragioni) cresce la disponibilità di cibo e spazio vivibile tipico di quella specie. Tutto questo porta all’immigrazione di soggetti dalle zone limitrofe. Questo meccanismo ristabilisce la situazione precedente che si cercava di modificare. Un esempio è l’assurda crociata contro il cormorano che, come commenta giustamente la LAC nel suo articolo “Un capro espiatorio con le ali” << ha unito l’Italia dalla provincia di Sondrio, che non li vuole nei suoi torrenti per riservare i temoli ai soliti sportivi, giù attraverso i laghi insubrici che devono tutelare i branchi di alborelle per i pescatori professionisti locali, per arrivare alle lagune sarde, dove in nome del riservare i cefali alla “povera” industria ittica, si scorazza in motoscafo nelle preziose zone umide disturbando tutti gli uccelli oltre ai bersagli prescelti >>. Questa caccia alle streghe, “giustificata” dal semplice fatto che ai cormorani piace il pesce (i cormorani sono pesci acquatici e di pesce si nutrono!) e quindi entrano in competizione con i pescatori umani. Ma abbattere i cormorani non è una soluzione poiché la consistenza degli stormi dipende dalla quantità di cibo disponibile. Gli individui mancanti vengono subito rimpiazzati per immigrazione. La soluzione non è lo sterminio dei cormorani bensì la miglioria dei corsi idrici. Si sa che il prelievo, sia ad opera umana che dei cormorani va solo ad aggravare una situazione già di per se critica: tragica situazione delle acque per inquinamento, regimentazione delle acque stesse che rende impossibile le migrazioni delle specie ittiche, trasformazione delle rive che rende difficoltosa la riproduzione. Tutto questo ha infatti ridotto ad un “lumicino la consistenza delle popolazioni dei pesci”, e non certo la presenza dei cormorani! Ma, come fa notare il suddetto articolo, il cormorano <<è nero, è “brutto” e non vota!. Se il cormorano votasse, i nostri ineffabili politici lo terrebbero un po’ più in considerazione>> Il prof. Josef H. Reichholf, Direttore della Divisione Vertebrati della collezione zoologica di Monaco di Baviera e docente di Biologia e Conservazione della Natura nelle due Università di Monaco, spiega inoltre che quando in un territorio vengono uccisi molti animali mediante la caccia, che avviene soprattutto in autunno ed in inverno, i sopravvissuti hanno un migliore apporto nutritivo. Gli animali così si rinforzano e si riproducono in primavera più presto e con maggior numero di discendenti. Secondo lo scienziato, attraverso la caccia le specie animali che sono già rare divengono ancora più rare, e quelle che sono comuni, diventano ancora più comuni. (Suddeutsche Zeitung – 28 gennaio – Freiheit fur Tiere n° 3 – 2009) ….E infatti, ogni anno, la mattanza “di selezione” si compie, spesso nel più completo silenzio e nella più totale indifferenza! |