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Caccia sostenibile? Stampa
Scritto da Divietodaccesso   
giovedì 28 gennaio 2010

CACCIA SOSTENIBILE

Nonostante che si faccia sempre più strada l’idea del cacciatore come riequilibratore della natura, il cacciatore umano non può in alcun modo sostituirsi ai predatori naturali senza interferire negativamente sugli ecosistemi e compromettere i delicati e complessi meccanismi che ne permettono l'esistenza. Questo perché il cacciatore umano non ha le stesse innate capacità selettive dei predatori naturali e perchè l'uomo interviene come elemento esterno e occasionale e non è quindi assoggettato alle "regole" dell'ecosistema in cui si introduce.

In natura, gli animali che vengono predati sono soggetti vecchi, malati e deboli. Questo porta al mantenimento di un buon livello genetico nelle specie che vengono predate. I soggetti giovani e sani non sono facilmente cacciabili per un predatore naturale che deve competere con le proprie prede sul piano della resistenza e della forza fisica e che, quindi, più di quanto siamo soliti pensare, rimane a bocca asciutta (il ghepardo è veloce ma la gazzella ha più resistenza).  Il cacciatore umano uccide con l’ausilio del fucile, un’arma che, capace di uccidere anche ad una distanza di centinaia di metri, riduce a zero le difficoltà che i predatori naturali incontrano. Il cacciatore umano uccide indiscriminatamente senza intervenire nel processo di selezione naturale. Il cacciatore umano spara in base alle proprie preferenze o, più semplicemente, per la  fortuna di una preda capitata a tiro. Uno sparo e via! Una vita spezzata in nome di una sadica “passione”!

Tra predatore e preda esiste sempre un equilibrio: il numero dei predatori è inevitabilmente proporzionale alla disponibilità di prede poiché in natura la predazione è un atto che serve alla sopravvivenza. Questo è un fattore importante per mantenere gli ecosistemi nell’equilibrio dinamico che ne permette l’esistenza. Al contrario, i cacciatori umani uccidono per scopi ludici e non vengono quindi decimati se le prede diminuiscono. I cacciatori umani sono quindi sempre presenti in gran numero sul territorio. 

EFFETTI COLLATERALIDELL’ATTIVITA’ VENATORIA

Quando i cacciatori sono all’opera tutti gli animali che vivono nella zona percepiscono il  rumore delle doppiette e dalla contemporanea presenza umana e dei loro cani, come una situazione di pericolo. Nonostante che molti animali selvatici in autunno/inverno (periodo di caccia) abbiano bisogno di nutrirsi praticamente senza interruzione, questa condizione di allarme, li porta a rimanere nascosti nelle loro tane per molto tempo in attesa che il pericolo sia cessato. Le conseguenze sono l’indebolimento di molti soggetti. E’ stato riscontrato che gli animali che vivono in zone di caccia sono più soggetti a malattie epidemiche e hanno più difficoltà a riprodursi.

Un altro importante effetto collaterale della caccia è l’intossicazione da piombo. Gli effetti tossici del piombo sugli esseri viventi, uomo compreso, sono ben noti: il piombo si deposita nelle cellule epatiche e renali, si sostituisce al calcio nel tessuto osseo, determinando riduzione della crescita e debolezza della struttura scheletrica, inibisce la sintesi dell’emoglobina, altera il funzionamento del sistema nervoso centrale e periferico, riduce le capacità immunitarie comportando una maggiore sensibilità alle infezioni. Negli uccelli acquatici, che assumono i pallini di piombo per ingestione quando si alimentano filtrando il sedimento, si hanno le manifestazioni della forma più acuta: picacismo, saturnismo, occlusione intestinale. Nelle zone umide – habitat degli uccelli acquatici - si hanno infatti le perdite più pesanti di fauna selvatica causate dal piombo sparato dai cacciatori. Per un uccello dalle dimensioni di un cigno reale è sufficiente l’ingestione di 4-10 pallini di piombo per determinarne la morte in 36-72 giorni. In uccelli delle dimensioni di una anatra sono sufficienti 4 pallini e 6 giorni. Questo è il motivo per cui in queste zone si sta, per legge (L6 febbraio 2006 n 66), vietando l’uso dei  pallini di piombo sostituendoli con proiettili fatti di materiali non tossici come ad esempio l’acciaio. In queste zone sono però necessarie azioni di bonifica poiché il piombo rimane nel terreno per moltissimo tempo e in alcune zone l’accumulo è dovuto a decenni di intensa attività venatoria. L’intossicazione da piombo avviene anche per contaminazione indiretta dovuta principalmente al consumo, da parte dei predatori, di animali affetti da saturnismo, poiché le carni di questi animali contengono quantità significative di piombo in forma assorbibile (anche dal nostro organismo. Buona appetito agli amanti della selvaggina!).

La contaminazione genetica causata dalle immissioni di animali “pronta caccia” è un altro effetto devastante per gli ecosistemi. I ripopolamenti sono autorizzati dalla legge nazionale sulla caccia (Art 17 e Art 20 L 157/92) e per assurdo vengono effettuati anche per animali dichiarati “infestanti” e “dannosi” come cinghiali e caprioli. Le immissioni di animali non autoctoni spesso portano all’estinzione i ceppi di origine locale. Sul sito di una azienda agrituristica venatoria (quindi non una fonte animalista!) si legge: “…A partire del secondo dopoguerra fino ad oggi, la causa più importante dell'esplosione demografica della specie (cinghiale) è però rappresentata dalle intromissioni di capi non autoctoni, spesso d'allevamento, operate dall'uomo sulla spinta di interessi venatori. Questo tipo di gestione (….) ha altresì determinato un pesante impoverimento genetico delle sottospecie autoctone. Il cinghiale maremmano (S. scofa majori), in particolare, è ritenuto oggi estinto” (http://www.novemaggio.it/cinghiale.asp )”.Sul sito della provincia di Viterbo, anche questa una fonte non animalista, (http://www.provincia.vt.it/caccia_pesca/caccia/cinghiale/convegno_cinghiale/Cap_01.pdf) si legge: “in generale l’incrocio con il suino domestico presenta un maggior peso e maggiori dimensioni (..) L’incrocio, a causa della maggiore mole, ha più alti fabbisogni alimentari, inoltre presenta una maggiore prolificità ed una maggiore confidenza con l’uomo, fattori tutti che lo rendono più impattante sull’attività agricola (…) La maggiore potenzialità riproduttiva, permettendogli di sostenere una prole molto numerosa e raggiungendo dei tassi di incremento non compatibili con l’attività agricola e con gli ecosistemi più sensibili. (….) La diffusione del cinghiale è stata favorita anche dalla immissione, a scopo di ripopolamento per uso venatorio, di grossi contingenti di animali provenienti dall’estero (Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia).

NORMATIVE INEFFICIENTI

(per approfondire questo argomento vedi documento specifico "bracconaggio legale e bracconaggio legalizzato")

Come abbiamo visto, la caccia avrebbe un importante impatto negativo sugli ecosistemi anche se fosse un’attività severamente regolamentata. Il problema è che non lo è affatto!. 

La legge nazionale 157/92, recepisce le linee guida dettate dalle leggi comunitarie che hanno lo scopo di coordinare tutti i paesi dell’Unione Europea al fine della tutela della fauna selvatica che, essendo in buona parte (soprattutto uccelli) soggetta a migrazioni transnazionali,  implica responsabilità comuni. In Italia, il numero delle specie o delle zone tutelate dalla L.157/92 è veramente limitato e il nostro paese infatti è spesso soggetto a richiami da parte dell’UE.

Ma il male italiano è rappresentato soprattutto dalla possibilità delle regioni di legiferare in deroga. Questa è una possibilità annoverata dalla L3 ottobre 2002 n 221. Questo articolo specifica però che le deroghe possono essere disposte solo in caso di reale e dimostrabile necessità e solo dopo aver valutato altre alternative. Inoltre le deroghe regionali dovrebbero essere utilizzate anche per “vietare o ridurre per periodi prestabiliti la caccia a determinate specie di fauna selvatica di cui all’articolo 18 (elenco delle specie cacciabili), per importanti e motivate ragioni connesse alla consistenza faunistica o per sopravvenute particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche o per malattie o altre calamità” (L 157/92 art 19 comma1). Nel nostro Bel Paese invece si utilizza la possibilità di legiferare in deroga sempre e solo per estendere periodi e specie cacciabili, mai per ridurli. Nel nostro paese legiferare in deroga è diventata una malsana abitudine ed un’arma filo-venatoria. Molte deroghe regionali risultano illecite e vengono bloccate dal TAR o dall'UE dopo i ricorsi presentati dalle associazioni ambientaliste e animnaliste. Ma i tempi burocratici piuttosto lunghi di queste procedure precludono ogni possibilità di evitare i danni in tempo utile.

MANCANZA DI PREPARAZIONE ADEGUATA DEI CACCIATORI

I limiti imposti nei piani venatori, quando sopravvivono alle deroghe, vengono comunque vanificati dalla scarsa preparazione dei cacciatori e dall’impossibilità del Corpo Forestale dello Stato – numericamente insufficiente - di controllare il vasto territorio ove la caccia è permessa (il 70% del territorio agro-silvestre-pastorale).

I molti incidenti di caccia in cui cadono vittime i cacciatori stessi, ignari cercatori di funghi o chi passeggia tra i boschi con il proprio cane denunciano, meglio di mille parole, l’incapacità di molti cacciatori di governare i propri impulsi e la mancanza di una preparazione adeguata per l’uso di armi da fuoco. (Per approfondire l'argomento sugli incidenti di caccia, qui non pertinente, vedere il documento "La caccia è anche un serio problema di sicurezza sociale")

Se un cacciatore riesce ad ammazzare un uomo perché lo ha confuso con un cinghiale, come possiamo pensare che quello stesso cacciatore non confonda un esemplare di una specie tutelata con quello di un’altra cacciabile? L’assurdità tocca i limiti quando si parla di uccelli. Quei piccoli esserini svolazzanti sono ancora più difficilmente riconoscibili gli uni dagli altri, soprattutto quando si ha fretta di sparare! I centri di recupero di animali selvatici accolgono infatti ogni anno un gran numero di animali di specie protette ferite gravemente dai cacciatori, il resto viene lasciato morire nei boschi.

Sul Manuale di autodifesa dai cacciatori  edito da Cacciailcacciatore (www.cacciailcacciatore.org) si legge: “un’indagine condotta tra i tassidermisti di varie città italiane ha rivelato che tra gli animali più comunemente imbalsamati ci sono uccelli di specie rare e protette. Le scuse presentate dai cacciatori a cui vengono contestate le infrazioni sono particolarmente istruttive: un cacciatore che aveva abbattuta una cicogna bianca (specie rarissima in Italia) si giustificò affermando di averla scambiata per un gabbiano; peccato che anche il gabbiano sia una specie protetta”

La realtà è che nelle condizioni in cui è permesso cacciare, gli errori sono inevitabili. Spesso si caccia in condizioni di scarsa visibilità (mattina nebbiosa, vegetazione che limita la visuale ecc..); spesso si caccia con scarsa capacità visiva (il D.L. del 28/04/1998 relativo ai "Requisiti psicofisici minimi per il rilascio ed il rinnovo dell'autorizzazione al porto di fucile per uso caccia e al porto d'armi per uso di difesa personale" consente il rilascio del porto di fucile da caccia anche a gente senza un occhio e con l'unico occhio funzionante che può anche essere munito di lente per raggiungere gli 8 decimi!). La legge  157/92 non impone un limite massimo di età e quindi abbiamo ultrasettantenni, ultraottantenni e anche ultranovantenni idonei, per legge, a maneggiare un fucile. La L 157/92 prevede richiami per i controlli solo ogni 6 anni (!) senza ridurre questo lungo periodo nemmeno ad età avanzata. Spesso si caccia con la paranoia che non si può tornare a casa senza prede nel carniere e si spara ad un semplice movimento ancor prima di identificare chi l’ha determinato. Risultato? Molti feriti o morti umani scambiati per animali e molte specie protette uccise …..oltre ovviamente al resto della fauna selvatica che purtroppo rientra nel “normale” prelievo venatorio.

BRACCONAGGIO

Oltre al bracconaggio "involontario" come conseguenza di un comportamento colposso del cacciatore incentivato dalle lacune legislative di cui sopra, esiste il bracconaggio volontario, fenomeno ben radicato, spesso tollerato e/o accettato in nome della tradizione e spesso attività lucrosa e collusa con la criminalità organizzata. I cacciatori di frodo si vanno ad aggiungere pesantemente ai cacciatori "legali" e costituiscono un ulteriore fattore devastante per la fauna selvatica. La pesante incognita data dalla presenza dei bracconieri, priva di qualsiasi sensata possibilità di redigere stime adeguate di prelievi venatori. Bisogna inotre tenere ben presente che, come molte attività illecite, anche il bracconaggio si regge e si cela dietro l'attività venatoria legale.

Comunque, nessun cacciatore, bracconiere involontario o volontario o occasionale che sia,  è più di tanto intimorito dalle ripercussioni che un loro atteggiamento scorretto o fraudolento può avere a livello legale. Molte regioni filo venatorie, avendo diritto a legiferare in materia di caccia, tentano continuamente e insistentemente di depenalizzare i reati venatori, che peraltro hanno già di per se una scarsa rilevanza a livello legislativo nazionale. Nell’articolo del 13 giugno 2008 “la guerra sporca dei killer di animali”- www.repubblica.it, Giancarlo Ferron, quarantacinque anni, guardiacaccia della Provincia di Vicenza, dice: "Sono organizzati bene, in grosse compagnie. Tengono caprioli o lepri nei freezer della zia o dell'amico. E anche quando li prendi con le mani nel sacco, non rischiano quasi nulla. Se pagano un' oblazione fra i mille e i duemila euro, c' è l' estinzione del reato. Se c'è la denuncia penale, quasi sempre arrivi davanti al giudice quando il reato è già prescritto. La licenza di cacciatore viene sospesa solo se un individuo viene trovato tre volte con uccelli protetti. E anche in questo caso non vengono tolte le armi. E’ una battaglia impari, la nostra. Nel vicentino ci sono ventimila cacciatori e quaranta guardie, e noi dobbiamo occuparci anche di cave, miniere, pesca, funghi, agriturismi”

Considerando che la caccia ha un fine ludico e riferito a pochi singoli individui, e considerando i danni ambientali e le problematiche di sicurezza che interessano invece l'intera comunità, non sarebbe insensato vietare una volta per tutte questa sadica attività. E invece, nonostante il numero dei cacciatori in continua diminuzione segnali un processo culturale di "civilizzazione" e l'età media dei seguaci di Diana indichi la mancanza di un ricambio generazionale, incredibilmente la legislazione, soprattutto in ambito locale, rimane spudoratamente filo-venatoria e disintressata a tutelare quel "patrimonio indisponibile dello Stato" quale è la fauna selvatica, nonchè la salute ambientale e la sicurezza dei cittadini.

Ultimo aggiornamento ( martedì 02 marzo 2010 )
 
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