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(DD)La caccia, fonte di morte, sofferenza, inquinamento e ingiustizia |
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Scritto da Divietodaccesso
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sabato 08 dicembre 2007 |
L´uomo é l´unico animale che uccide per divertimento. L'uomo é l´unico animale che tortura le proprie prede. Il cacciatore italiano é la sintesi di tutto ciò.... e molto altro ancora.
Sono più di settecentomila gli italiani affetti da una malattia che si tramuta in morte per milioni di esseri senzienti, in generalizzato inquinamento ambientale ed in prevaricazione intraspecie. E´ un'anomala e devastante malattia che colpisce una specie animale, ma ne uccide altre. Fortunatamente i malati sono in calo, ma non mancano i tentativi di contagio volontario, soprattutto attraverso la sistematica dissimulazione della malattia. Incredibilmente lo Stato, invece di adoperarsi per arginare e sconfiggere il problema, lo corrobora. La malattia ha un nome: Caccia.
Bagno di sangue
Lacrime per quei circa 150 milioni di animali che in Italia ogni anno muoiono, ammazzati da uomini in cerca di svago. Il numero degli animali abbattuti annualmente é frutto di una stima, fredda e molto approssimata, ottenibile sulla base delle giornate di caccia (circa 66 per ogni cacciatore) e delle cartucce vendute (circa 500.000.000). Nessun organo istituzionale é in grado di fornire un dato ufficiale, benché i cacciatori siano obbligati ad annotare numero e specie delle prede uccise e le Province debbano raccogliere ed elaborare tali dati. Ne deriva che, benché la fauna selvatica sia considerata patrimonio indisponibile dello Stato, lo Stato stesso non sia in grado di sapere quanto del suo patrimonio di vita venga annualmente estinto. Non c´é interesse che il dato emerga perché descrive meglio di mille parole la crudeltà dei cacciatori, l'assurdità della caccia ed i guasti ecologici da questa causati. Può essere motivo di consolazione pensare che tale dato sarebbe comunque inaffidabile, perché la deregulation legislativa (un vero e proprio brodo primordiale) permette alle Regioni di porre inciampi ai controlli delle guardie venatorie, spianando la strada alle irregolarità nei tesserini dei cacciatori. Quei milioni di cadaveri appartengono prevalentemente ad uccelli, che incontrano la morte durante o al termine di estenuanti migrazioni; ad animali stanziali, che abitano un territorio sempre più ridotto ed ostile e che devono affrontare lotte sempre più impari con chi vuole la loro carne, la loro pelliccia o semplicemente farne trofei; ad animali considerati nocivi, perché l'uomo in delirio di onnipotenza prima ha sconvolto l'equilibrio biologico, eliminando i predatori naturali e gli spazi vitali, ed ora si assurge a riequilibratore; ad animali da ripopolamento, allevati per essere dei facili bersagli, una volta liberati in un ambiente sconosciuto ed a ridosso dell'´apertura della stagione venatoria.
Nessuna lacrima per quei cacciatori che sono morti divertendosi ad ammazzare, uccisi dai loro stessi compagni, da malori o da altro tipo di incidente (49 nel 2003-2004). Ogni anno muoiono anche persone estranee alla caccia (1 nel 2003-2004, 9 nel 2002-2003), vittime di comportamenti colposi e volontari dei cacciatori. Testimonianze sia dell'imprudenza con cui viene utilizzata l'arma, sia della facilità con cui l'arma è rivolta contro un essere umano, in seguito ad adeguata desensibilizzazione con le altre specie. Spesso gli animali non-umani fungono da scuola, cui i boia e gli aguzzini si specializzano prima di esercitare con naturalezza sull'animale-umano. E' così nella ricerca scientifica, nella medicina e nell'allevamento. L'istinto di uccidere e torturare, a differenza dei virus, attua il salto di specie con molta facilità.
Nessuna lacrima per quei cacciatori feriti più o meno gravemente e più o meno recuperabili (79 nel 2003-2004). Da notare che il costo per l'assistenza sanitaria, ad essi dovuta in seguito agli incidenti, é a carico della comunità. Ci sono feriti (15 nel 2003-2004) anche tra coloro che nulla hanno a che vedere con il sadico divertimento di quei settecentomila, ma che hanno osato sfidare la sorte, andando a funghi, passeggiando nei boschi o semplicemente stando nel proprio giardino di casa. In quel maledetto centinaio di giorni, chiunque tenga alla propria incolumità é bene che faccia il pantofolaio o che frequenti gli ipermercati, dove per ora i fucili non hanno accesso. Un occhio di riguardo anche per il proprio cane che, per non ritrovarsi impallinato, non deve indugiare troppo in giardino per espletare i suoi bisogni né deve permettersi di assomigliare ad una lepre.
Lacrime per quelle decine di migliaia di uccelli da richiamo torturati. Spesso resi ciechi, con le remiganti amputate (nel caso venga loro voglia di scappare) e con le penne strappate (muta artificiale affinché cantino in autunno come se fossero in primavera), vivono rinchiusi in minuscole gabbiette (lunghe una spanna ed alte meno), accatastate nelle cantine fino all'inizio della stagione di caccia, quando vengono disposti attorno ai capanni, affinché inconsapevolmente con il loro canto richiamino i propri fratelli verso le canne delle doppiette. Molti muoiono di inedia, di freddo o per le ferite autoinfertesi nei reiterati ed inutili tentativi di spiccare un volo nella gabbietta che li opprime.
Cacciatori , pochi ma letali
Fortunatamente il numero di cacciatori segue una tendenza in diminuzione da decenni: nel 1970 erano circa 1.715.000, nel 1980 erano 1.701.853, nel 1990 erano 1.446.935, nel 2000 erano 801.156, nel 2001 erano 791.848, nel 2002 erano circa 770.000, nel 2003 si stimano in circa 730.000. Ciononostante causano danni ambientali inestimabili, perciò si spera in una loro estinzione naturale nello stesso modo in cui si spera sparisca un virus letale. Sembra non esserci un ricambio generazionale (però é vietato illudersi), benché i papà (ma anche le mamme complici!) portino i loro figlioletti alle sagre ed alle feste venatorie, affinché prendano contatto con gli strumenti di morte (fucili, pistole, coltelli), cadaveri imbalsamati e quant'altro caratterizzi il loro barbaro hobby. Hobby che intendono trasmettere come si trasmettono le buone maniere: "Caro figliolo, non devi metterti le dita nel naso, ma puoi ammazzare quella lepre, quell'altra e, già che ci sei, quell'anatra". Normalmente queste fiere dell'orrore si svolgono in primavera e consigliamo a chiunque voglia rendersi conto della vera essenza del proprio vicino di casa cacciatore, di parteciparvi in forma anonima o, meglio, con presidi autorizzati, durante i quali esprimere tutto il disprezzo e la contrarietà verso la caccia. Ci vogliono nervi saldi e molto buon senso, perché gli insulti e le minacce stanno al cacciatore come le preghiere stanno al prete.
I cacciatori diminuiscono, ma gli incidenti strettamente legati all'attivitá venatoria aumentano, come dimostrano i dati sottoindicati.
Stagione venatoria 2001-2002: 47morti di caccia ,64 feriti di caccia ,791.848 cacciatori.
Stagione venatoria 2002-2003: 48morti di caccia ,74feriti di caccia ,circa 770.000 cacciatori.
Stagione venatoria 2003-2004: 50 morti di caccia ,94 feriti di caccia ,circa 730.000 cacciatori.
Le ragioni di questi numeri sono semplici. La fauna selvatica ha sempre meno spazio a disposizione per vivere o per riposarsi durante le migrazioni, perché la pressione antropica (urbanizzazione e vie di comunicazione) riduce fortemente le aree utilizzabili come habitat. Le stesse zone protette sono isole verdi sempre più strangolate dal cemento e dall'asfalto. L'inquinamento gioca un ruolo importante nello sconvolgimento dell'equilibrio naturale, determinando la fuga o la sparizione di specie endemiche. L'attività venatoria, infine, impartisce il colpo di grazia ad una fauna selvatica che versa in condizioni critiche. Avendo sempre meno prede a disposizione, meno possibilità e più ansia di riempire il carniere e quindi meno pazienza per capire se sta sparando ad un ignaro ragioniere in cerca di funghi o ad una lepre, il cacciatore lombardo, sardo o toscano preme il grilletto con leggerezza, confidando spesso nella buona sorte. Molti cacciatori sono in avanzato stato di invecchiamento (nel 2003-2004 ne sono morti 20 di malore, durante le battute di caccia), ma la L. 157/92 prevede il rinnovo della "licenza di porto di fucile per uso di caccia" solo ogni 6 anni e non prevede un limite massimo di età. Cosicché ci sono in circolazione moltissimi cacciatori ultrasettantenni, molti ultraottantenni, qualche ultranovantenne ed almeno uno (in provincia di Brescia) che ha spento la candelina del secolo di vita. Facile dedurre che, oltre a non riuscire a distinguere bene i titoli della "Gazzetta dello Sport" o di "Diana", abbiano difficoltà a distinguere le specie protette da quelle cacciabili ed anche un uomo da un cinghiale. Oppure é la semplice voglia di mattanza che toglie lucidità, sangue freddo e tempo per ragionare? Durante un'attività di antibracconaggio in Sardegna, può capitare di arrancare tra rovi e cespugli e di ritrovarsi faccia a faccia con un cacciatore impegnato in una battuta al cinghiale. Può capitare che questo, sentendo i rumori di sterpi e rami, pensi all'approssimarsi di una preda e che successivamente, riconoscendo in un bipede con poco pelo sul muso un essere umano, inveisca per la sua eccessiva libertà ed incoscienza nel camminare per la macchia. Può infine capitare che il cacciatore attribuisca al bipede una gran dose di buona sorte, dovuta al fatto che non gli ha sparato subito, bensì ha atteso di riconoscere la causa del rumore. Capoterra (CA), dicembre 2001. Nel suo cervello piccino piccino, il cacciatore si sentiva padrone del bosco e meritevole di ringraziamento per non aver sparato ad un rumore o ad un'ombra. Evidentemente nella caccia spesso la certezza dell'obiettivo é un optional, diversamente non si spiegherebbe l'alto numero di morti e feriti. Quindi su una cosa aveva ragione, quel bipede é stato fortunato! La ciliegina sulla torta dei morti e feriti l'ha posta il Ministero della Sanità con il D.L. del 28/04/1998, relativo ai "Requisiti psicofisici minimi per il rilascio ed il rinnovo dell'autorizzazione al porto di fucile per uso di caccia e al porto d'armi per uso di difesa personale". Il decreto consente il rilascio del porto di fucile per uso di caccia anche a gente senza un occhio (l'occhio esistente può anche essere munito di lente per raggiungere gli 8 decimi!) e senza un braccio (basta la protesi!). Ulteriori requisiti sono l'assenza di disturbi mentali o comportamentali e la non dipendenza da alcool o stupefacenti: é lecito chiedersi se e come tutto ciò venga verificato.
I giornali, in presenza di un incidente di caccia, immancabilmente parlano di "tragica fatalità", dando per assodato, a causa della non conoscenza della materia e della già appurata superficialità con cui la si affronta, che la caccia sia un'attività ben regolamentata e che i cacciatori siano tutte persone coscienziose (delle vere e proprie educande). Ovviamente, nulla di tutto ciò. Il difetto, come si suol dire, é nel manico. A riguardo consigliamo un'attenta lettura dello studio intitolato "Se la caccia fosse un lavoro", effettuato dai bravissimi amici de' "Promiseland" (www.promiseland.it), sugli incidenti di caccia in Italia. Studio, nel quale vengono raffrontate le leggi vigenti in materia di caccia (L. 157/92) e di lavoro (D.L. 626/94), con riferimento alla questione "sicurezza".
Inquinamento e prevaricazione
Le centinaia di milioni di cartucce sparate annualmente, disseminano nell'ambiente circa 20.000 tonnellate di piombo, metallo tossico-nocivo altamente cancerogeno: l'equivalente di circa 1.000.000 di batterie d'auto. E' interessante sottolineare che il D.L. 397/88 (convertito in L. 475/88) stabilisce che "E' obbligatoria la raccolta e lo smaltimento mediante riciclaggio delle batterie al piombo esauste" e che "Chiunque detiene batterie al piombo esauste o rifiuti piombosi è obbligato al loro conferimento al Cobat o direttamente o mediante consegna a soggetti incaricati dal Consorzio o autorizzati, in base alla normativa vigente, a esercitare le attività di gestione di tali rifiuti". La stessa legge é istitutiva del Cobat, il consorzio che ne é lo strumento operativo e che, attraverso le imprese autorizzate assicura lo svolgimento delle suddette operazioni. Le aziende che acquistano batterie al piombo, oltre a dover pagare un contributo (sovrapprezzo Cobat) per finanziare il consorzio, devono provvedere allo stoccaggio delle batterie esauste in apposti contenitori (in attesa del ritiro), annotandone i quantitativi su registri vidimati. Prendendo in considerazione il quindicennio intercorso tra la promulgazione del D.L. 397/88 e l'ultima stagione venatoria, é facile calcolare quanto piombo é stato versato nell'ambiente in barba al D.L. stesso. Mediamente il numero dei cacciatori é stato 1,5 volte quello attuale, quindi annualmente si stimano in 30.000 le tonnellate di piombo sparato, che equivalgono a circa 1.500.000 batterie d'auto annue. Moltiplicando il valore per 15 si ottiene la stima di 450.000 tonnellate, corrispondenti a circa 22.500.000 batterie d'auto! Ogni commento é superfluo. Il dato é ancor più significativo se si considera che il Cobat negli undici anni di effettiva attività (1993-2003) ha raccolto circa 2.000.000 di tonnellate di batterie esauste e che nello stesso periodo il piombo immesso nell'ambiente dai cacciatori si stima in 330.000 tonnellate (il 16,5% della quantità raccolta e riciclata). Significa che lo Stato bicefalo, da un lato emette norme e crea meccanismi per tutelare la salute pubblica, obbligando altresì i cittadini ad esborsi economici per la loro applicazione, e dall'altro autorizza pericolosi comportamenti contrari a tali norme, che ne neutralizzano in gran parte gli effetti positivi. Questo é solo uno dei tanti casi in cui il cacciatore si trova ad operare legalmente, ma in aperto contrasto con le norme vigenti e con il buon senso, in posizione di privilegio ed impunità rispetto ad un normale cittadino. Al di là della palese contraddittorietà, resta il fatto grave dell'inquinamento da piombo, che colpisce boschi, campi coltivati, fiumi e laghi, con possibili ripercussioni sulla salute umana. Per non parlare delle tonnellate di plastica colorata con fondo metallico, ovvero dei bossoli, che appaiono come macabri fiori dalla vita secolare sui sentieri di campagna e nel sottobosco. Che cosa dire dell'inquinamento acustico e visivo? Il problema non é tanto costituito dai decibel emessi dai fucili, quanto dal sovrapporsi degli spari ai rumori dei boschi, al canto degli uccelli, alla pace interiore che ognuno raggiunge quando é a contatto con la natura. Oltre a non aver garantita la propria incolumità, qualunque persona in cerca di tranquillità, in cerca del seppur minimo contatto visivo con un animale selvatico, vede negarsi anche tale diritto per la contestuale presenza di gente armata, fonte di tensione e morte.
L'attività venatoria é incompatibile con il libero godimento, da parte dei non cacciatori, degli spazi e delle ricchezze naturali a disposizione di tutti. Lo Stato, anziché ripristinare una situazione di diritto, segue nello stesso solco, rendendolo sempre più profondo ed aumentando la distanza tra cacciatori e cittadini. Una vergognosa minoranza esercita un diritto più forte, perché economicamente (e quindi politicamente) più redditizio (il giro di affari legato all'attività venatoria nel 2002 é stato di 3 miliardi di Euro) di quello di un'impotente maggioranza. E' la tomba della democrazia e delle più elementari regole di convivenza civile. La subalternità di un normale cittadino ad un cacciatore é un dato di fatto ed é riscontrabile nella legislazione che regola l'attività venatoria, che in futuro sarà oggetto di approfondimento in apposita sezione.
Alcuni dati sono stati attinti dai seguenti siti, dei quali consigliamo una visione:
www.abolizionecaccia.it www.gondrano.it www.cobat.it
Data di inserimento nel sito: 01marzo 2004 Ultimo aggiornamento : 01marzo 2004
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Ultimo aggiornamento ( domenica 24 febbraio 2008 )
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